Giulio Reichenbach (Verona, 1886 – Padova, 1971) fu un intellettuale ebreo italiano, docente presso il Liceo Classico “Tito Livio” e la Regia Università di Padova. La sua vicenda personale e professionale si intreccia con le tensioni della cultura europea del Novecento e con le strategie di diplomazia culturale tra Italia e Norvegia negli anni Trenta.
Nato in una famiglia ebraica veronese, intraprese la carriera di insegnante, lavorando dapprima in Veneto e poi a Padova, dove si distinse per le brillanti capacità didattiche e per un impegno culturale ampio e aperto. La sua esperienza in Norvegia, oltre a rappresentare un’importante occasione professionale, assume un significato particolare anche alla luce di quanto sarebbe accaduto in seguito, quando i provvedimenti antiebraici lo avrebbero colpito duramente, emarginandolo dalla scuola e dall’università italiane.
Il soggiorno a Oslo, tra il 1931 e il 1936, si colloca in una fase cruciale: l’Italia fascista intensificava infatti la propria presenza culturale all’estero, mentre la Norvegia, giovane democrazia, manifestava un interesse crescente per il patrimonio artistico e letterario italiano. In questo contesto, nel novembre 1931 il governo italiano finanziò l’istituzione della cattedra di lingua e letteratura italiana presso l’Università Fridericiana di Oslo: era la prima volta che in Norvegia veniva creata una cattedra di questo tipo. L’incarico ufficiale di insegnamento della letteratura italiana fu affidato a Giulio Reichenbach, che tenne la sua prima lezione il 27 gennaio 1932. Nel suo lavoro fu affiancato dal lettore Trygve Tranaas, insegnante di liceo e presidente del Comitato Dante Alighieri di Oslo dal 1929 al 1937, al quale fu affidato l’insegnamento propedeutico della lingua italiana.
L’invio di Reichenbach a Oslo da parte del Ministero degli Affari Esteri italiano rispondeva all’obiettivo di diffondere in modo sistematico l’“italianità” attraverso un corso di lettere, lingua e letteratura italiana. Tale incarico va letto nel quadro della politica culturale italiana in epoca fascista, che utilizzava lingua e cultura come strumenti di soft power, soprattutto nei confronti dei Paesi nordici, da tempo sensibili al patrimonio letterario e artistico della penisola.
Negli anni Trenta, le relazioni tra Italia e Norvegia si fondavano su una consolidata reciprocità culturale e politica. L’Italia tendeva a presentarsi come mediatrice di umanesimo e classicismo, mentre la Norvegia guardava con curiosità all’arte, alla letteratura e alla storia del Mediterraneo. In questo scenario, Reichenbach, grazie alla sua formazione classica e alla sua efficacia comunicativa, finì per incarnare non tanto un intellettuale “di frontiera”, quanto piuttosto una figura di ponte tra i due Paesi: insegnava infatti la lingua italiana come chiave di accesso alla cultura europea, più che come semplice vessillo propagandistico.
Durante i circa cinque anni trascorsi a Oslo, si guadagnò la stima sia delle autorità consolari italiane sia di quelle norvegesi, ricevendo decorazioni cavalleresche da entrambe le parti. Il riconoscimento ottenuto dimostra come la sua attività fosse percepita non soltanto come un servizio reso allo Stato italiano, ma anche come un contributo concreto al livello dell’offerta culturale norvegese, in continuità con una tradizione di rapporti tra i due Paesi che, già nel XIX secolo e agli inizi del XX, aveva portato numerosi artisti e studiosi norvegesi a formarsi in Italia.
Significativo, in questo contesto, è anche il breve saggio che Reichenbach pubblicò il 16 marzo 1934 sulla rivista Nuova Antologia, dal titolo Italia e Norvegia – Scambi culturali. In esso egli descrive con minuziosa precisione l’opera svolta, sin dalle origini, dal Comitato della Dante di Oslo, soffermandosi in particolare sulla figura del suo presidente, Trygve Tranaas, da lui definito “insegnante di liceo, cavaliere ufficiale della Corona d’Italia, conoscitore agguerrito del nostro paese, giacché egli sa e ridice la stupenda armonia delle colonne di Agrigento e inserisce il fascino conviviale dell’osteria di Trastevere”.
Nel quadro storico-culturale degli anni Trenta, la presenza di Reichenbach a Oslo rappresenta così un caso emblematico di collaborazione culturale tra un Paese fascista e una democrazia nordica: un dialogo reso possibile dalla cultura italiana, nonostante le divergenze politiche che andavano progressivamente emergendo. Reichenbach, ebreo e intellettuale, si trovava tuttavia in una posizione profondamente ambigua: celebrato dalle istituzioni italiane, apprezzato in Norvegia, ma destinato, una volta rientrato in patria, a subire le conseguenze delle leggi razziali.
Dopo il ritorno in Italia, infatti, fu destituito da ogni incarico in conformità alle ignominiose leggi razziali del 1938. Per sfuggire alle persecuzioni, nel 1943 fu costretto a rifugiarsi in Svizzera. Solo dopo la fine della guerra ottenne la riconferma della libera docenza, dapprima in Lingua italiana presso il Magistero e successivamente in Letteratura italiana presso la Facoltà di Lettere, incarichi che esercitò fino all’anno accademico 1957-1958, quando raggiunse il pensionamento.