Presenze italiane in Norvegia Profili biografici e memorie storiche
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Francesco Negri (1623/1624–1698)

Il primo grande testimone italiano della Norvegia artica

Targa dedicata a Francesco Negri
Targa dedicata a Francesco Negri, opera dello scultore fiorentino Bino Bini

Francesco Negri fu uno dei più importanti viaggiatori italiani del Seicento e il primo grande testimone italiano della Norvegia artica. Sacerdote, uomo di vasta cultura e osservatore attento della natura e delle popolazioni del Nord, lasciò una delle più antiche e significative descrizioni italiane della Scandinavia settentrionale e del Finnmark.

Profilo

Il 6 agosto 1979, a Capo Nord, la cand. pharm. Gerd Enderud, allora Presidente del Comitato di Oslo della Società Dante Alighieri — carica da lei ricoperta dal 1978 al 1982 — consegnò ufficialmente al Comune di Nordkapp una targa commemorativa dedicata a Francesco Negri, realizzata dallo scultore fiorentino Bino Bini. Enderud compì quel viaggio in rappresentanza del Comitato di Oslo della Società Dante Alighieri, portando nel luogo simbolico dell’estremo Nord europeo l’omaggio dell’istituzione a una figura che occupa un posto di assoluto rilievo nella storia dei rapporti culturali tra l’Italia e la Norvegia.

La targa ricordava con sobria solennità l’impresa di Negri attraverso l’iscrizione latina: “Franciscus Negri, Italus de Ravenna, ad finem Europae pervenit. A.D. 1664”. Con essa si intese restituire pieno risalto a un protagonista straordinario della presenza italiana nel Nord Europa: sacerdote, uomo di vasta cultura, viaggiatore, osservatore della natura e autore di una delle più antiche e significative testimonianze italiane sulla Norvegia settentrionale.

Nato a Ravenna nel 1623 o 1624, Francesco Negri appartenne a un ambiente familiare agiato e ricevette una formazione ampia e rigorosa. Studiò teologia, filosofia, letteratura e si interessò inoltre alle scienze naturali, in particolare alla geografia e all’astronomia. Il suo viaggio verso il Nord non nacque da un semplice desiderio di avventura, ma da una profonda tensione intellettuale e spirituale. Negri vedeva infatti il mondo come un grande libro in cui si manifesta la gloria divina, e riteneva suo compito leggere almeno una pagina di quel libro nella sua forma più sorprendente e meno conosciuta.

L’origine del suo interesse per il viaggio settentrionale va ricercata soprattutto nel fascino esercitato su di lui dai fenomeni estremi della natura nordica: il giorno che dura due mesi e più, la lunga notte artica, la possibilità stessa della vita umana in territori tanto severi. A ciò si aggiungeva una considerazione di carattere culturale: Negri osservava come gli europei fossero inclini a rivolgere la propria curiosità verso l’Oriente, il Mezzogiorno o il Nuovo Mondo, trascurando invece le regioni più remote e singolari dell’Europa settentrionale. Egli desiderava dunque colmare una lacuna della conoscenza, convinto che mancassero testimonianze dirette sulle aree più settentrionali della Scandinavia.

Partito dall’Italia nel 1663, progettò in un primo tempo di raggiungere il Finnmark passando per il Golfo di Botnia, il fiume Torne e la Lapponia. Il tentativo si rivelò tuttavia impraticabile. Giunto poco a nord del Circolo Polare, comprese che, da solo e con l’equipaggiamento di cui disponeva, non avrebbe potuto proseguire a piedi fino alla meta. Fece quindi ritorno a Stoccolma, dove si trattenne per circa sei mesi, riorganizzando il proprio itinerario. Fu in questa fase che, anche grazie a contatti diplomatici e a lettere di presentazione, poté predisporre la seconda parte del viaggio, quella che lo avrebbe condotto in Norvegia passando per Copenaghen e quindi, via mare, fino a Bergen.

È proprio nel contesto norvegese che l’esperienza di Francesco Negri assume un rilievo del tutto particolare. La Norvegia non rappresentò per lui soltanto un territorio di transito, ma il cuore stesso della sua impresa e il principale oggetto della sua osservazione. Da Bergen prese avvio la lunga e faticosa risalita della costa verso settentrione, compiuta in condizioni climatiche estreme, tra neve, gelo, traversate in barca a remi, spostamenti con cavallo e slitta, tempi lunghi e difficoltà di comunicazione. Più volte gli fu predetto il fallimento dell’impresa; gli si disse che avanzava verso la perdizione e che l’inverno imminente avrebbe reso impossibile il cammino. Negri tuttavia proseguì con determinazione, sostenuto da quella curiosità scientifica e da quella fermezza morale che contraddistinguono tutto il suo racconto.

Nel suo coinvolgimento con la Norvegia vi è un elemento che merita particolare rilievo: l’incontro diretto con il paese, con i suoi paesaggi, le sue comunità costiere e le sue forme di ospitalità. Lungo il percorso, Negri trovò spesso accoglienza nei presbiteri e nelle modeste abitazioni locali; nelle parrocchie poteva comunicare in latino con i sacerdoti, superando almeno in parte l’ostacolo della lingua. Il suo resoconto restituisce un’immagine viva della Norvegia seicentesca, fatta insieme di durezza ambientale e di umanità concreta. Egli ricorda con riconoscenza l’accoglienza ricevuta nelle piccole case riscaldate dal fuoco, dove gli venivano offerti cibo, bevande e un giaciglio. In tale esperienza si riflette uno dei tratti più significativi della sua testimonianza: la capacità di cogliere, accanto all’asprezza del viaggio, la civiltà dell’incontro.

Nel corso della permanenza in Norvegia, Negri osservò con attenzione aspetti molteplici della vita del paese. Descrisse Bergen e la presenza anseatica, annotò usi e costumi, passò per Trondheim e fu ospite a Østraat del cancelliere Ove Bjelke, figura eminente della Norvegia del tempo. Questi cercò di persuaderlo a interrompere il viaggio e a trascorrere l’inverno al sicuro, ritenendo temeraria la prosecuzione verso il Nord estremo. Ma Negri, fedele al proprio proposito, riprese il cammino munito di lettere di raccomandazione, affrontando l’ultima e più ardua parte dell’itinerario.

Giunto infine nel Finnmark, toccò Sørøya e Magerøya, l’isola su cui si trova Capo Nord, e nel 1664 raggiunse la meta: quel limite estremo dell’Europa che nella sua opera appare come una soglia geografica e simbolica insieme. In tal modo Francesco Negri divenne uno dei primi italiani a spingersi fino a Capo Nord e certamente il più autorevole testimone italiano della Norvegia artica nel Seicento.

Le sue osservazioni si estendono ben oltre la cronaca del viaggio. Negri descrisse con grande precisione la natura, il clima, la fauna, la pesca del merluzzo, la partecipazione alla caccia alle balene, la raccolta delle uova sugli strapiombi, la presenza dell’halibut, dello squalo, dell’alce, dell’ermellino, del lemming e soprattutto della renna, essenziale alla vita dei sami. Dedicò inoltre pagine di straordinario interesse alle popolazioni del Nord, distinguendo fra i lapponi del mare e quelli delle montagne e descrivendone abitazioni, pratiche quotidiane e forme di sostentamento.

Fra le molte notazioni di particolare valore culturale, merita di essere ricordata anche la sua descrizione degli sci e della corsa sugli sci, per la quale Francesco Negri è stato spesso indicato, in età moderna, come uno dei primi divulgatori europei di questa pratica. Ugualmente celebre è il suo stupore davanti all’aurora boreale, da lui considerata uno degli spettacoli più belli al mondo: osservazione che restituisce, con immediatezza, la profondità dell’impressione esercitata su di lui dal paesaggio nordico.

Le esperienze del viaggio confluirono nel Viaggio Settentrionale, opera in forma di lettere che Negri aveva predisposto per la stampa e che fu pubblicata postuma a Padova nel 1700, due anni dopo la sua morte. Il libro costituisce una testimonianza di straordinario rilievo nella storia culturale europea: non solo perché documenta un’impresa personale eccezionale, ma anche perché offre una delle prime descrizioni italiane ampie, dirette e meditate della Scandinavia, della Lapponia e, in particolare, della Norvegia. Per tale ragione esso rappresenta una fonte fondamentale per comprendere come il Nord venisse percepito, studiato e narrato nell’Europa del Seicento.

L’importanza di Francesco Negri nella storia delle presenze italiane in Norvegia risiede dunque tanto nel valore pionieristico del suo viaggio quanto nella qualità della sua testimonianza. Egli contribuì in maniera decisiva a diffondere in Italia e nel resto d’Europa una conoscenza più concreta e meno fantastica delle regioni nordiche, restituendo dignità e centralità a territori che per lungo tempo erano rimasti ai margini dell’immaginario europeo.

Il suo itinerario acquistò anche un significato esemplare. Un altro italiano, Giuseppe Acerbi, avrebbe percorso la stessa strada 134 anni più tardi, confermando la persistenza di quell’interesse italiano per il Grande Nord di cui Negri fu uno dei più antichi e autorevoli interpreti. Rimane tuttavia a Francesco Negri un primato singolare: quello di avere affrontato, in pieno Seicento, il viaggio verso Capo Nord come impresa di conoscenza, di osservazione e di resistenza fisica, portando la presenza italiana fino ai confini estremi dell’Europa.

In questa prospettiva, la cerimonia del 6 agosto 1979 a Capo Nord, presieduta da Gerd Enderud in qualità di Presidente del Comitato di Oslo della Società Dante Alighieri, assunse un alto valore simbolico. Con la consegna della targa modellata da Bino Bini, l’Italia rendeva omaggio non soltanto a un grande viaggiatore del passato, ma a un autentico mediatore culturale tra il mondo italiano e quello nordico: Francesco Negri, il ravennate che nel 1664 giunse ad finem Europae e lasciò una testimonianza destinata a entrare stabilmente nella memoria condivisa tra Italia e Norvegia.

Dati essenziali

  • Nome completo: Francesco Negri
  • Nascita: Ravenna, 1623 o 1624
  • Morte: 1698
  • Professione: sacerdote, viaggiatore, autore, osservatore della natura
  • Luoghi legati alla Norvegia: Bergen, Trondheim, Østraat, Finnmark, Sørøya, Magerøya, Capo Nord
  • Ambito: viaggio, storia culturale, osservazione scientifica, relazioni culturali italo-norvegesi

Approfondimenti

Per un approfondimento sull’omaggio tributato a Francesco Negri a Capo Nord da Gerd Enderud, Presidente del Comitato di Oslo della Società Dante Alighieri, si rinvia a due resoconti da lei redatti, rispettivamente in lingua italiana e in lingua norvegese, consultabili ai seguenti link:

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